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Dalla creatività artistica alla creatività come adattamento creativo Caterina Terzi

Cosa è la creatività? Molti credono che sia una capacità, un talento che solo pochi fortunati possiedono. In realtà non è così: la capacità di essere creativi è una funzione vitale fondamentale che tutti possediamo, ma che non utilizziamo a pieno.
In quest’ottica l’uso, nella relazione d’aiuto, di mezzi d’arte, come pittura, creta e scultura su pietra leccese, diventa un modo per aiutare la persona a riscoprire quelle capacità creative che non sapeva o aveva dimenticato di possedere, per poi sperimentare tali risorse nella vita quotidiana, come nuove modalità di affrontare i problemi e relazionarsi con gli altri. Ciò che disegnamo, scolpiamo, modelliamo, è una metafora della nostra vita, della nostra visione del mondo, delle relazioni, dei nostri affetti, e come tale diventa un palcoscenico su cui sperimentare, senza rischiare troppo (alla fine è “solo” un disegno, una scultura!!!) nuove soluzioni a vecchi problemi e difficoltà, in un’atmosfera di sostegno, comprensione empatica e assenza di giudizio.
Disegnare, scolpire, creare musica, dalla storia dell’umanità ha permesso all’uomo esprimere se stesso, le proprie emozioni e paure, narrare e narrarsi la propria storia, dando un senso alla propria identità ed esistenza.
Inoltre, dove le emozioni non trovano parole, laddove non si trovano le parole per dirlo… l’arte offre una via di accesso alternativa, “meno pericolosa”, divertente e soddisfacente. Dipingere, scolpire, permette di eludere i pensieri, e toccare con immediatezza e autenticità sentimenti incomprensibili o vissuti come pericolosi, e per questo inascoltati.
Ma per creatività è soprattutto, come già sottolineato, la capacità dell’uomo di adattarsi e di rispondere non meccanicamente alle situazioni che si trova ad affrontare nella vita. F. Perls parla di autoregolazione organismica, di quel processo circolare che nasce dal continuo, incessante e insopprimibile rapporto con l’ambiente, e che ci porta a riorganizzare costantemente il nostro equilibrio in virtù dei nostri bisogni e delle pressioni esterne, in un inarrestabile e necessario fluire.
Tuttavia è proprio questa capacità che con il tempo viene meno e viene sostituita dalla tendenza a rispondere in maniera automatica a situazioni differenti. Il vitale fluire di bisogni e di risposte creative finisce per spegnersi a favore di risposte stereotipate, e questo incide sul benessere e sulla possibilità di vivere una vita autentica.
Dunque, creatività come attività d’arte e creatività nella vita quotidiana, due facce della stessa medaglia: la creatività non riguarda solo l’arte in senso canonico, ma riguarda in primo luogo la vita quotidiana. Si tende a perdere creatività nella vita quotidiana, e a ripetere rituali senza contenuto, che hanno funzionato in un primo tempo, ma poi sono diventati meccanici e ipertrofici. La conseguenza è un atrofizzarsi della fantasia e dell’originaria creatività personale a favore di percorsi di pensiero standardizzati che ci allontanano dal presente e alimentano l’insoddisfazione e l’inquietudine, a tutto decremento della qualità della vita.
La creatività così si pone entro il contesto dello sviluppo personale e come tale si coniuga con il lavoro del couselling e della formazione, ancor di più in una visione, come quella fenomenologico – esistenziale e gestaltica, in cui vengono promossi l’utilizzo della creatività e della fantasia, e l’attenzione ai fenomeni, di solito sacrificati da un eccessivo sviluppo del pensiero logico. L’attività artistica si orienta naturalmente alla qualità, perché non spiega né cerca una misura quantitativa, ma è intrinsecamente attività che evoca, che nasce da un’emozione e che provoca emozioni sia nell’artista che produce, sia nella persona che si sofferma a contemplare un’opera.
Ma per orientarsi verso la qualità della vita serve una vera e propria ri-educazione, un’educazione a re-imparare a riconoscere i fenomeni, liberandosi dai preconcetti morali e culturali, e riacquistando il coraggio di avventurarsi in percorsi in parte sconosciuti, aprendoci alle sensazioni, all’effetto che le cose ci fanno.
 
Il setting diventa un luogo privilegiato di esperienza di sé e di sperimentazione di possibilità: le sensazioni fisiche con i materiali usati riattivano le prime esperienze di contatto e di comunicazione pre-verbale; e le potenzialità di un atto creativo che nasce da sé, acquisiscono valenza trasformativa, diventando la metafora della capacità personale di decidere e di trasformare la propria vita, ossia di plasmare il proprio destino, recuperando la fiducia in sé stessi.. Già Donald W. Winnicott collegava l’esperienza artistica all'esperienza dell'oggetto transizionale, che il bambino sperimenta nella separazione dalla madre, una <>. Una forma paradossale di esperienza, in cui il bambino impara ad esser solo, ma in presenza dei genitore, fondamentale precursore della capacità dell’adulto di stare da solo con se stesso, trovando dentro di sè un uno spazio dove potersi consolare e rilassare. Tale esperienza rimane nell'adulto come consapevolezza di possedere un «luogo di riposo» [Winnicott] ove lasciare fluttuare la mente e giocare con le proprie idee. Oppure come spazio (potenziale) «del gioco, della creatività, del sentimento religioso, del sognare..» La creazione artistica è questo, è possibilità di creare un ponte tra mondo interno e mondo esterno, dando origine a qualcosa che è fuori da me, esterno da me, ma che è stato emanato dal mio sentire e come tale ha capacità evocativa e trasformativa.
Tutto questo utilizzando canali di comunicazione differenti da quello verbale, come la pittura e la scultura, più arcaici e meno inquinati da dalla razionalità e dalla logica, che si ferma alla quantità, ma non può toccare l’essenza delle cose, il fenomeno essenziale, diceva Husserl, ciò che dà senso autentico e sapore all’esistenza.
L’arte inoltre, in tutte le sue forme, è narrazione, racconto di emozioni, e dunque strumento per eccellenza adatto in un processo in cui, in un’ottica fenomenologica, ciò che conta è il manifestarsi, e il raccontare se stessi e le proprie emozioni.
Vivendo nel Salento, e amando il Salento, è stato naturale usare la pietra leccese: una pietra calcarea, sedimentale e particolarmente “morbida” pur nella sua “pietrosità”, calda al tatto e alla vista, ma non troppo friabile.
Ma è pur sempre pietra, e come tale perfetta per affrontare alcuni temi: la durezza, la rabbia, la scoperta di quelle parti del carattere che si sono cristallizzate, che si sono impresse come pietra e che ci rassicurano, ma sono anche un limite alla libertà di azione e soddisfazione, o quella parte del carattere che si è “pietrificata”, e che come una maschera mostriamo agli altri.
La finalità del lavoro non è un prodotto artistico, ma qualcosa di significativo per il cliente, che si sente libero di fare esperienza di sé nella la pietra e di riportare questa esperienza nella sua vita.
Per questo il primo passo è accompagnare chi mi sta di fronte a liberarsi dei propri pregiudizi percettivi, e aprendosi alla scoperta di quello che è il proprio personale piacere, deriva dall’esperienza di fare qualcosa che ha per lui un senso esclusivo. Questo abbassa la paura di giudizi e ridicolizzazioni, e apre la strada al piacere e alla conoscenza di sé attraverso canali sensoriali più primitivi. Ciò incoraggia il cliente, che scopre di possedere potenzialità insospettate, e impara a descrivere e a rivivere nella pietra le proprie esperienze emotive, il proprio sé, diventando la fonte della sua esperienza e riappropriandosi del suo valore. Emozioni, sentimenti, desideri emergono con naturalezza, accompagnati dalle sensazioni legate, dal loro fluire, dal silenzio, dai colpi di scalpello, dalle difficoltà, dalla soddisfazione per il risultato.

Noi siamo un tutt’uno, fatto di corpo pelle, emozione razionalità fantasia e storia, ricordi dolori, gioie desideri …e dunque…. dunque tutto è importante nel lavoro, ogni momento, ogni sensazione: toccare la pietra, colpirla, accarezzarla, annusarla, provare il piacere o il fastidio legati alla polvere, che vola, che si attacca facendo la pelle bianca, che ci fa aride le mani, che entra nel naso e negli occhi. Tutto questo contribuisce a creare un contatto con se stessi e con il contesto di quel momento della propria vita. Ciò che viene scolpito infatti non è pura trascrizione, ma rielaborazione del proprio vissuto e riattivazione di un processo che può essere stato inadeguato, o distorto, o bloccato.

L'arte diventa così modello di funzionamento dell'Io: una zona di confine in cui è possibile sperimentare atteggiamenti e risposte emotive, che verranno poi portate nella vita quotidiana, "liberandosi" da disagi e angosce, e ritrovando vitalità, entusiasmo, e dando una qualità diversa al nostro personale modo di essere nel mondo.
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