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Disegnare e raccontare la propria favola Caterina Terzi

Da anni dipingo, mi occupo di arte e ho fatto di questa predisposizione uno strumento privilegiato nel lavoro della relazione di aiuto. Ho infatti scoperto, prima di tutto su me stessa, che l’arte in tutte le sue declinazioni è uno strumento molto efficace nel mio lavoro, e poi lavorare con colori, creta, pietra mi diverte, cosa da non sottovalutare. L’arte si rivolge per eccellenza alla qualità della vita e all’unicità della persona, è uno strumento di espressione di sè che attraverso l’uso di immagini e metafore va a toccare corde profonde suscitando emozioni che aprono la via alla consapevolezza. Arte è ritrovare uno spazio di gioco, recuperando il desiderio di dedicare un pò di tempo a se stessi, di crearci uno spazio privato in cui esprimerci e sperimentarci, liberi da giudizi e da doveri imposti dall’esterno. Ha a che fare con quello spazio di gioco potenziale di cui parlava Donald Winnicot, quella zona intermedia di esperienza che nasce dall’esperienza del bambino di stare solo; solo, ma con un adulto presente, spazio in cui ritorniamo a comunicare e ad esprimere la parte più autentica, tra bisogno di nasconderci e di mostrarci, esprimerci agli altri, tra mondo interno o e realtà esterna.
L’arte è narrazione di sè, attraverso le immagini, le forme, i colori, è possibilità di raccontarsi, di dare un senso personale a ciò che ci succede e alle emozioni che ci accompagnano. In questo senso l’arte si trasforma in ottimale strumento terapeutico, proprio perchè opera intrinsecamente sul piano del sentire e attraverso la sensorialità, diversamente dal pensiero scientifico, che opera invece sul piano del pensare, e si fonda sulla spiegazione causale e sull’emissione di giudizi di valore che, ’’dovrebbero’’ avere il carattere dell’universalità.
Il metodo scientifico presuppone infatti l’oggettivazione dell’uomo, la riduzione dell’uomo a cosa, oggetto, e per questo è incompatibile con il lavoro terapeutico, che parte invece dalla soggettività e dall’unicità dell’individuo. Dilthey più di un secolo fa, e poi Jaspers, Husserl e Binswanger hanno sottolineato questo, togliendo la psicologia dall’ambito delle scienze della natura e inserendola nell’ambito scienze dello spirito o «scienze ermeneutiche».
In quest’ottica si situa l’uso delle favole, oggi sempre più usate nell’ambito relazione di aiuto, proprio perché si è compreso il loro grande potere narrativo e terapeutico. I pazienti diventano narratori di storie, raccontate questa volta da loro stessi... I personaggi delle favole - principi, streghe, orchi, principesse, mostri - possono, infatti, fornire una chiave per comprendere i nostri disagi, i conflitti che ci accompagnano, ma soprattutto per comprendere come siamo spesso proprio noi, senza esserne consapevoli, ad originare le nostre difficoltà; da qui deriva la scoperta che, parallelamente, siamo noi stessi in possesso della possibilità di cambiare. Così si apre la strada a nuove e creative soluzioni a vecchi problemi. Le similitudini, le metafore e le immagini delle fiabe si rivolgono direttamente alla parte emozionale, quella parte spesso sottovalutata e che invece ha un ruolo primario nella nostra esistenza. La metafora in particolare, centrale nel lavoro con le favole, è una comunicazione di tipo analogico, nella quale qualcosa viene espresso da qualcos’altro. Ma, come funziona la metafora? Nella metafora usiamo un’immagine che proviene dall’esterno (dal mondo esterno), per evocare uno stato d’animo interno. La metafora crea così un canale privilegiato col mondo interno, permettendo in maniera immediata di accedere al sapore dell’esperienza. In questo modo trasmette sentimenti, emozioni e sensazioni. Il linguaggio delle favole è dunque un linguaggio simbolico e metaforico. Questo ne decreta una straordinaria capacità evocativa, capace di ’’saltare’’ il livello della razionalità, superando difese e pregiudizi. Questo permette di entrare in un profondo contatto emotivo con l’individuo. Il terapeuta porta così il cliente a utilizzare metafore, storie e immagini per evocare, entrare in contatto col suo stato emotivo. Già questo suscita un’intensa emozione nel soggetto, e lo rende più disponibile e attivo nel processo terapeutico. Vorrei sottolineare che, quando parlo di immagini o metafore, non intendo qualcosa cui attribuire un significato preterminato, universale, cui dare un’interpretazione univoca, riducendolo ad una struttura logica, ma mi riferisco a qualcosa che ha il valore di un messaggio evocativo, messaggio verso il quale dobbiamo andare liberi da pregiudizi, e di cui andiamo a cercare il senso unico e irripetibile, come unica e irripetibile è la persona che lo ha inviato. Questo perché ogni individuo è unico e questa unicità va sempre valorizzata e rispettata.
Per questo è essenziale che l’operatore sia completamente presente nell’osservazione del cliente, facendo attenzione agli aspetti verbali e non verbali della sue comunicazioni, ai messaggi del corpo, ai gesti, al tono della voce, al disegno, ai colori, a ogni sfumatura della sua storia ecc.. Ciò ci permette infatti di cogliere le tematiche e le aree di maggior interesse, offrendoci importanti spunti di lavoro.
E’ possibile dunque con mezzi creativi aiutare le persone a dare nome ai loro sentimenti penosi, senza giudicarli, creando già così un primo sollievo alle difficoltà attuali e aprendo nuovi insight, mescolando le atmosfere, gli ambienti e i personaggi delle favole dell’infanzia a quelli della nostra vita quotidiana. I temi affrontati possono essere diversi, ma comunque, al di là dei programmi dell’operatore, ciò che emerge è sempre la tematica centrale, cruciale nella vita della persona in quel particolare momento: la paura del giudizio degli altri, la paura del rifiuto e l’incomprensione, l’autostima, le difficoltà relazionali, le frustrazioni, la solitudine, le difficoltà di affrontare problemi ed ostacoli... ...Ma, per arrivare a questo è essenziale lasciare spazio ai diversi punti di vista sulle cose. Il terapeuta per primo deve spogliarsi, liberarsi da quelli che sono i suoi stessi preconcetti sul possibile significato di questo o quel personaggio, non dare per scontati significati inconsci e spiegazioni date, e contemporaneamente permettersi, insieme a chi gli sta di fronte, di immergersi con le proprie fantasie nella storia raccontata e scelta, comunicando all’altro tutto quanto gli viene evocato dal disegno, dai colori e dalla stessa persona che parla. Bisogna ‘’entrare nella storia’’, che è la storia di quella persona, e aiutarla a trovare un senso personale a questa storia, la sua personale, individuale e unica verità narrativa. Punto di partenza del lavoro sulle fiabe è quello di portare la persona a scoprire con quale personaggio delle favole che lui conosce, che gli hanno raccontato da bambino, che ha letto o che ha visto al cinema o alla Tv, più si identifica. Lo scopo è diventare consapevoli dei miti che ci portiamo dentro, di come ci aiutano e ci limitano, di quanto sono utili e disfunzionali nel quotidiano, e imparare così a risolvere i problemi più comuni e ad affrontare le situazioni difficili in modo diverso, con maggiore serenità, o grinta, o fiducia in se stessi. Questo perchè ognuno è portatore di una storia, e questa storia ha in sè le radici della sua cultura e storia familiare, degli eventi della sua vita e dei suoi affetti; ma soprattutto ognuno porta con sè la storia della sua vita così come lui se la è costruita nel suo immaginario e nei suoi ricordi, così come se la racconta ogni momento, così come la vive, e così come lo accompagna nelle scelte di ogni giorno. E a questa sua storia diamo spazio nel lavoro con le fiabe, non limitandoci a un racconto di parole, ma disegnando questa storia, questi personaggi, l’ambiente in cui sono immersi, colorandoli e vedendo che effetto ci fa. Proprio la possibilità di disegnare la mia favola, me stesso protagonista di questa favola, l’ambiente in cui sono immerso, i personaggi che mi circondano, è un elemento di arricchimento del lavoro terapeutico: già il solo guardare me stesso su quel foglio mi suscita delle emozioni e da lì si parte. Ad esempio, che effetto mi fa vedermi come una principessa, lassù sulla torre più alta del castello, mentre giù tutti fanno festa, oppure scoprire che questa torre che io ho disegnato non ha punti di accesso (perché io non ne ho disegnti), e anche chi volesse raggiungermi, non può farlo. E sul disegno, ed è forse questa la cosa più importante, io posso ancora e di nuovo intervenire, posso creare ponti, passaggi segreti, o rinforzare le mie difese, o posso, ad esempio, abbellire il mio vestito e smettere di lamentarmi perchè quello della mia vicina è più bello. E così posso fare nella mia vita. E’ incredibile vedere quanto e come cambia l’effetto, l’impatto emotivo di quell’immagine, una volta che è stata modificata dalle mie mani. Quella favola, quei personaggi, quelle ambientazioni, sono una metafora visiva della vita, e come tali vanno contestualizzate: va scoperto ad esempio come nella vita mi chiudo orgogliosamente in quella torre, a che mi serve e come mi ostacola, e così posso scegliere se mi va bene così, o se voglio cambiare qualcosa, magari affacciandomi e facendomi vedere da quel principe che si intravede lontano, o aprendo una porta... le possibilità sono infinite. Facendo poi questo lavoro all’interno di un gruppo, posso approfittare della presenza degli altri, dei loro feed-back, delle loro proposte di possibili soluzioni, del loro sostegno.

Una favola, inoltre, è abitata da personaggi diversi, e in tutti questi personaggi si può provare ad identificarsi; questo apre a diversi e nuovi punti di visuale su di sè, e gli effetti sono diversi: ci si distacca un pò dalla posizione iniziale, si è più rilassati, meno compresi nella propria situazione problematica, ci si vede quasi dall’esterno; si scoprono nuove parti di sè, che possono o non possono piacerci, ma che comunque, se ci sono, qualche funzione ce l’avranno nella nostra esistenza. Non dimentichiamo, infatti, che tutti i personaggi della nostra fiaba siamo stati noi a crearli, ed è dunque il caso di andare a scoprire cosa ci dicono di noi. E’ particolarmente interessante a questo proposito, il lavoro di identificazione con l’antagonista della nostra storia, o con il personaggio che immaginiamo opposto al protagonista, in modo da creare un dialogo tra questi poli, fare in modo che si parlino, comunichino finalmente, fino a insegnarsi reciprocamente i ‘’trucchi del mestiere’’. Spostarsi nei diversi angoli di visuale permette così di superare paure, condizionamenti e resistenze e provoca intense reazioni emotive, come meravigliarsi, stupirsi, commuoversi di fronte a questa nostra favola e alla scoperta che siamo noi in primo luogo che abbiamo le chiavi per la costruzione di una possibile nuova e avvincente favola. Così anche il personaggio ‘’negativo’’ diventa funzionale a una consapevolezza ‘’di senso e di cuore’, indispensabile per uscire dai pregiudizi e condizionamenti che ci impediscono di realizzare la pienezza dell’esistenza e i nostri sogni.

Utile è addirittura, in questo caso, disegnarsi sul viso tutte queste parti, provare a camminare, muoversi, agire indossandole e vedere che, che sapore ha, effetto fa su di noi e sugli altri, scoprire quanto può essere difficile o divertente, scoprire che posso, se voglio, e mi ci diverto anche. Come si vede, si parte dall’immaginare la propria favola, e da qui le possibilità di sviluppo sono tante, sia nel lavoro individuale che di gruppo. 

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